La tenerezza (2017)

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Il cinema italiano, nel suo solito piattume, nel suo solito grigiore, riesce ogni tanto a tirar fuori perle. Anche se non è assolutamente questo il caso, l’ultimo lavoro di Gianni Amelio è comunque da considerarsi tra le pellicole italiane più intriganti di questo 2017. Un’annata sfocata che non spicca, soprattutto se la si paragona al ben più variegato 2016.

Lorenzo, ex avvocato vedovo e preciso amante delle parole, vive con l’ostinazione di non voler più tessere rapporti con gli altri, figli inclusi. L’arrivo di una famiglia borghese, padre, madre e due bambini, nell’appartamento accanto al suo, colorerà lo scorrere dei suoi giorni anonimi, facendogli finalmente provare quell’attaccamento per qualcuno, di cui, fino a quell’istante, non aveva mai sentito il bisogno. Un episodio inaspettato, però, sconvolgerà l’equilibrio precario tra l’uomo, la sua famiglia d’origine e quella che egli decide di fare sua.

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Asghar Farhadi a Roma – Il Cliente

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A un anno esatto dalla scomparsa di Kiarostami, Asghar Farhadi torna a far rivivere il cinema iraniano, presentando il suo ultimo capolavoro all’arena di Trastevere di Roma, raccogliendo scroscii di applausi e un’unanime approvazione del pubblico. E’ assai difficile e poco onesto restare impassibili dinanzi a un regista e uno sceneggiatore tra i più brillanti del nuovo millennio. I suoi lungometraggi, tutti basati sul conflitto tra il bene e il bene (il “mio” bene e il “tuo”, in base al proprio punto di vista) in una società ormai ovunque piena di contrasti e contraddizioni, sono capaci di far vibrare le corde assopite della ragione. Se in “Una separazione” il leitmotiv era la verità (ci sono verità più vere di altre?), ne “Il cliente” il filo conduttore è la vendetta, legata all’onore e alla propria concezione del mondo e della vita. Due film straordinari che hanno permesso a Farhadi di appropriarsi di ben due Oscar -una cosa mai accaduta in precedenza a un regista iraniano- rendendolo in pochi anni uno dei cineasti più interessanti e seguiti del globo. Che lo si apprezzi ciecamente o lo si trovi troppo elaborato, conservatore e/o pessimista, non si può non riconoscergli il merito di aver portato l’Iran e il suo meritevole cinema nelle sale e nelle piazze di tutto il mondo. C’è bisogno di un cinema etico come quello persiano; un cinema che alimenti i neuroni e che distrugga i muri che sempre più si innalzano tra Occidente e Oriente, soprattutto in quel Medio Oriente controverso fatto di veli, proibizioni e misteri. E sì: c’è proprio bisogno di Farhadi.

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The Great Passage (2013)

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L’estrema dedizione del protagonista nel voler completare il dizionario al quale lavora da anni, ha un che di commovente. Solo un giapponese potrebbe avere a cuore in questo modo il proprio lavoro. Solo un giapponese potrebbe dedicare anima e corpo alla riuscita di un simile progetto…

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Stray Bullet (2010)

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Ci sono tragedie impossibili da seppellire. Tragedie che tornano a rivivere e a scuotere gli animi, anche a decenni di distanza. Tragedie come la guerra civile libanese che, dal 1975 al 1990, ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, ferendo nel profondo l’intero paese dei cedri e tutti i suoi figli.

Ogni anno, dal Libano (ma non solo) sgorgano memoir, libri (come il consigliatissimo “San Giorgio guardava altrove” di Jabbour Douaihy), film e documentari che ripercorrono in chiave più o meno diversa la guerra civile e i suoi devastanti effetti. Stray Bullet di Georges Hachem rientra esattamente in questo filone.

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The wedding banquet (1993)

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Posso azzardarmi a dire che “Il Banchetto di Nozze” è il miglior film a tematica queer che abbia visto finora? Semplice, conciso, tenero e malinconico, firmato da un Ang Lee ancora coi piedi per terra (prima che sbarcasse ad Hollywood) ha tutto ciò che contraddistingue un bel film da una mera operazione commerciale. E c’è una genuinità, un’onestà rara nel racconto di questo confronto generazionale, culturale e sessuale: l’Oriente contro l’Occidente, la sessualità repressa delle madri e dei padri e le libertà celate dei figli, le tradizioni contro l’emancipazione contemporanea, blasfema agli occhi della vecchia generazione… E molto di più!

A dimostranza del fatto che un capolavoro può riuscire anche con low budget ma tanto sentimento tra gli ingredienti.

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Les amants du pont neuf (1991) | premio Cup of Tea

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Gli amanti del pont neuf. Che aspettative si possono nutrire verso un film che si intitola in un modo così dannatamente sdolcinato? I pregiudizi di un cinico come me, a volte, possono essere talmente forti da farmi snobbare quintali di opere di ogni genere. Ma c’è solo un nome che mi farebbe guardare qualsiasi cosa, anche la più melensa: Fairuz.

Ai più, questo nome non dirà assolutamente nulla. Per me invece è tutto: Fairuz, la cantante libanese più prestigiosa dell’ultimo secolo, è la musa della mia vita. Il mio amore per lei è sconfinato, immenso, non quantificabile con niente al mondo. E’ stato per lei che ho recuperato (con netto ritardo) questo film, la cui soundtrack vanta ben due track della mia diva. Da fervente appassionato, mi sono dunque accinto a guardare un film di due ore su cui non avrei scommesso nulla, soltanto per una manciata di secondi di Fairuz in sottofondo, e…

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“La mia vita in barca” e l’influenza mediatica di “Otoko wa Tsurai Yo”

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Quando ci si appresta a leggere un’opera straniera, concepita da autori nati e vissuti altrove, è inevitabile imbattersi in riferimenti difficili da cogliere.  Giochi di parole, omaggi, nomi di gente sconosciuta, espressioni che, tradotte, assumono poco senso in un’altra lingua,  possono arricchire una lettura o anche appesantirla, in base al proprio personalissimo punto di vista.

Durante la lettura de “La mia vita in barca” di Tadao Tsuge, i miei occhi si sono soffermati su questa serie di vignette, sparse in originale su più pagine e che ho qui raccolto per dar loro una logica:

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(C)Tadao Tsuge/Coconino Press

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Blind Intersections (2012)

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Nella Beirut di oggi, un tragico incidente intreccia le strade di tre persone, dalle esistenze più disparate: Nour, giovane studentessa universitaria, l’adolescente Marwan e India, maestra di una scuola elementare.

No one knows what the future holds… Your life could collapse in seconds.

È con questo avvertente slogan che la prima magistrale fatica di Lara Saba è stata presentata al pubblico libanese nel 2012, per poi approdare, successivamente, nei festival cinematografici di mezzo pianeta.

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