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Pochi registi al mondo possono avvalersi di uno stile personalissimo come il coreano Kim Ki-Duk. Il suo esimio modo di fare cinema ha fatto sì che raccogliesse da subito consensi in ogni parte del globo. Consensi che, in breve tempo, lo hanno portato a farsi un nome di tutto rispetto, agli occhi dei cinefili più accaniti.

Su Kim Ki-Duk è inutile spendere fiumi di parole per decantarne la bravura o criticarne i temi ricorrenti: il suo talento emerge con naturalezza dai primi minuti di una qualsiasi delle sue pellicole. Come ad esempio Ferro3 (Bin jip, 2004), probabilmente il suo film migliore e per questo anche il più celebre in assoluto.

Durante gli anni, Kim Ki-Duk si è fatto ampiamente capire: nel suo immaginario non esistono situazioni e personaggi comuni. E laddove ci fossero, agli occhi del visionario regista tutto si distorce. Popolano generalmente i suoi film un uomo e una donna profondamente turbati da ferite mai coagulate, che hanno portato a galla ossessioni di un’assurdità quasi affannosa. A legare i due protagonisti c’è sempre un silenzio che piomba inaspettato per poi sfociare in un linguaggio commovente, in netto contrasto con l’estrema violenza di molte scene.

I due protagonisti di Ferro3 non fanno eccezione. L’ossessione di “lui” è quella d’introdursi abusivamente in case di sconosciuti, con una tranquillità certamente inquietante. Durante uno dei suoi ingressi incontra “lei”, sposa di un ricco businessman violento che la tratta come un oggetto e dal quale “lui” tenta di salvarla, con la sua solita indole fin troppo mansueta. Insieme troveranno l’amore, somma della loro follia e del loro condiviso silenzio, interrotto soltanto dalla loro musica preferita: una liscia canzone d’amore araba.

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