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Prima di tramutarsi nell’esponente più in vista del cinema iraniano, il compianto Kiarostami (1940-2016) ha posto le sue radici nel mondo del documentarismo pedagogico, realizzando una miriade di cortometraggi educativi rivolti a un pubblico giovanissimo. Potrebbe forse essere questa la causa di tanta dimestichezza nel trattare coi bambini, cosa ben nota agli estimatori del maestro iraniano, tra i quali lo stesso Akira Kurosawa (1910-1998) che di Kiarostami, tra le tante qualità, apprezzava la maestria nel dirigere eccellentemente gli infanti.

Tale dato di fatto è riscontrabile dal primissimo lungometraggio di Kiarostami, datato 1973: Tajrobeh (“La prova”, تجربه) rigorosamente in bianco e nero, noto anche come “The experience”, che però poco evidenzia il contenuto della pellicola.

All’insegna dei più grandi maestri del cinema, Kiarostami mette magistralmente in mostra l’adolescenza di un orfanello, alle prese con la quotidianità di una Teheran pre-rivoluzione islamica. Lo vediamo lavorare in uno studio fotografico capitanato da energumeni -parsimoniosi anche nelle parole- che gli lascian fare di tutto: dallo scontorno delle foto appena stampate alle pulizie dello studio e mille altre inezie. A colorare la grigia routine del giovane è soltanto il sorriso di un’avvenente liceale, regalatogli forse per pena, per scherno o magari per caso, ma non di certo per amore come invece crede ingenuamente il piccolo.

Film di una sensibilità disarmante, Tajrobeh è l’affresco poetico della carenza d’affetto di un giovane e povero “nessuno” e della noia di cui è prigioniera la sua esistenza. La quasi totale mancanza di dialoghi è, per Kiarostami, una precisa scelta registica volta a evidenziare la solitudine del protagonista e la tangibile mancanza d’empatia degli adulti che lo circondano. A migliorarne il giudizio è l’ironia che schizza di tanto in tanto nel film. Quell’ironia tipica di ogni bambino, che non ha ancora imparato a prendere sul serio i problemi della vita.

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