Tag

, , , , , , , , , , , , , , ,

C’é una scena in particolare di “E ora dove andiamo” di Nadine Labaki che commuove più di tutte le altre. È la scena in cui Takla, di notte, vede rientrare il motorino di Rukoz, dietro al quale dovrebbe trovarsi anche suo figlio Nasìm. Raggiunto il motorino, si agita nello scorgere suo figlio completamente muto e immobile. Tenta di svegliarlo, lo schiaffeggia, lo bacia, gli urla addosso tutto quel che ha dentro, prova qualsiasi altra mossa ma lo shock della consapevolezza è ormai dipinto sul suo volto: Nasìm, suo figlio, non si sveglierà mai più.

A commuovere non è però il fatto che una madre assista alla morte di un figlio: a far sgorgare le lacrime è la lucidissima decisione di Takla di non raccontare a nessuno della morte di Nasìm, pur di evitare vendette e follie. Il suo gesto di tolleranza, di pace e amore per gli altri è un pugno che colpisce a pieno e fa riflettere. Nel mentre di un dolore fortissimo, la disperazione più grande che una madre può mai provare in vita, Takla non pensa affatto a se: raccoglie le forze, si asciuga le lacrime e si prodiga a far di tutto pur di non veder soffrire le altre madri.

E ora dove andiamo? (2012, Et maintenant, on va où?, وهلّأ لوين؟) è il secondo film firmato  dalla brillante regista libanese Nadine Labaki che, districandosi sempre tra humor, un pizzico di erotismo, canzonette azzeccate e dramma, ci trasporta all’interno di un problema esistenziale che finora nessuno, da millenni, è riuscito a sigillare: l’amore atavico degli uomini per  la guerra e la violenza e l’amore incondizionato delle donne per la pace e la convivenza.

Il film si chiude con la domanda che dà titolo alla pellicola: e ora dove andiamo? Osservando a malincuore l’andamento tragico in cui continua a versare il mondo, continueremo forse a porci la stessa domanda per sempre?

Annunci