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Per quanto meritevoli, certe pellicole non approdano mai sui nostri lidi. Non ricevono dunque un adattamento, una diffusione in sala (o in home video) e così neanche il degno successo, che invece meriterebbero. Diretta conseguenza dell’egemonia americana, che ha ormai inglobato ogni settore, e del sistema commercialissimo -tutt’altro che culturale- che fa oggi da base al mondo del cinema.

Bacalaureat di Cristian Mungiu è riuscito a sottrarsi alla logica del “se non sono di Hollywood, al cinema non esco” grazie al premio per la miglior regia ottenuto al festival di Cannes nel 2016. Senza quel premio, molto probabilmente pochi di noi sarebbero riusciti a guardarlo. Figuriamoci in sala, con un adattamento italiano di tutto rispetto.

Il film, pur nelle sue svariate vicende e sfaccettature, si focalizza principalmente sul rapporto tra Romeo e sua figlia Eliza, tanto da spingere gli adattatori nostrani a ribattezzarlo “Un padre, una figlia“. Come recita però il titolo originale, la vicenda che fa da fulcro è il bacalaureat della figlia, ossia l’esame di maturità che Eliza deve affrontare nel tempo che il film ricopre. Affinché riesca ad andare a studiare nel Regno Unito, Eliza deve guadagnarsi un voto superiore al 9 pieno, pena la perdita della borsa. Il giorno precedente all’esame, però, Eliza resta vittima di un’aggressione che la traumatizza integralmente. Da questo istante in poi, Mungiu mostrerà cos’è capace di fare un padre romeno per donare a sua figlia un futuro diverso in un paese -a sua detta- migliore della Romania.

Disseminano il canovaccio innumerevoli altri temi, nati dalle relazioni tra Romeo e Eliza e gli altri personaggi che, benché par vogliano sottostare al rapporto padre-figlia di cui si narra, in realtà ne tessono i contorni e ne influenzano anche le interiora. Sono proprio queste side-stories ad avermi fatto realizzare una cosa che alla critica pare proprio essere sfuggita: Bacalaureat è fortemente ispirato a “Una separazione” (2012) dell’iraniano Asghar Farhadi, un altro di quei bellissimi titoli che, senza il premio Oscar, sarebbe rimasto nel limbo dell’anonimato.

Non sarà un compito arduo per gli spettatori di entrambi i film connettere le tante, troppe, similitudini tra le due pellicole: il realismo estremo di entrambi i film, l’assenza di una colonna sonora, la separazione dei coniugi protagonisti,  il rapporto coadiuvato tra il protagonista e il proprio genitore anziano e malato, il legame tra padre e figlia (unica), la perdita della fiducia da parte della figlia verso il proprio genitore, il continuo discorso sui valori ormai persi in una società corrotta e abbandonata, il desiderio di emigrare verso lidi che assicurino un futuro meno incerto, e, non per ultimo, anche l’ambiguo vincolo di fedeltà tra il padre e l’insegnante di sua figlia.

In un caso come questo, diventa praticamente un obbligo comparare due titoli fin troppi simili tra loro . E qui, Bacalaureat perde il confronto. Per fare un ottimo film, non basta imbastire una sceneggiatura fitta di dialoghi e situazioni che, per la spiccata introspezione psicologica, ricordano da un lato gli immortali romanzi russi dell’800 e dall’altro i film francesi degli anni 50. Non basta nemmeno regalare agli spettatori un finale aperto che promette risvolti felici, per colmare un film sì meritevolissimo, ma anche pieno di buchi e apatico come pochi.

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