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Il cinema dei buoni sentimenti, dell’asprezza del quotidiano e della speranza, non muore mai. Talvolta tira fuori ciambelle senza buco ma a volte – ed è il caso di dirlo- riesce a sbalordire con poco. Sulla scia dell’ottima annata 2016, “La vita possibile” di Ivano De Matteo continua a tenere alta l’asticella della qualità che sta recentemente caratterizzando le produzioni nostrane. E lo fa con garba maestria e tanta tanta umile semplicità.

Anna (Margherita Buy) è una madre che subisce passivamente la violenza di suo marito, brutale energumeno che non si fa scrupoli a palesare la propria instabilità davanti agli occhi di suo figlio. Per salvarsi e salvare il futuro del suo ormai adolescente Valerio, la donna decide di fuggire a Torino, rifugiandosi da una vecchia amica, un’altruista Valeria Golino. Con un minuscolo frammento di speranza sulle spalle, i due, insicuri e fragilissimi, dovranno ricostruire da zero le loro vite stroncate, cercando di rispondere alla domanda che pone il film: un’altra vita è possibile?

L’impressione che ho avuto a fine pellicola è stata principalmente una: se “Mignon è partita” di Francesca Archibugi fosse uscito ai giorni nostri, probabilmente avrebbe ricordato molto “La vita possibile”. Questa che potrebbe sembrare, ad occhio, un’accusa di anacronismo, in realtà è un elogio alla bravura di De Matteo, che sa librarsi al di là del tempo, restituendo al cinema italiano quello squisito tocco di semplicità, da tempo svanito. E come Giorgio allora, anche nel film di De Matteo ruota tutto attorno al piccolo Valerio (impersonato da un bravissimo Andrea Pittorino), vera vittima della crisi coniugale e esistenziale dei genitori. La sua perenne solitudine in una città che, senza punti di riferimento, pare più grande di quel che è, la ricerca del senso della vita, le proprie illusioni e il suo ruolo di figlio/uomo, e le sfrenate corse in bicicletta non fanno che ricordare il protagonista del coming-of-age di Francesca Archibugi.

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