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A un anno esatto dalla scomparsa di Kiarostami, Asghar Farhadi torna a far rivivere il cinema iraniano, presentando il suo ultimo capolavoro all’arena di Trastevere di Roma, raccogliendo scroscii di applausi e un’unanime approvazione del pubblico. E’ assai difficile e poco onesto restare impassibili dinanzi a un regista e uno sceneggiatore tra i più brillanti del nuovo millennio. I suoi lungometraggi, tutti basati sul conflitto tra il bene e il bene (il “mio” bene e il “tuo”, in base al proprio punto di vista) in una società ormai ovunque piena di contrasti e contraddizioni, sono capaci di far vibrare le corde assopite della ragione. Se in “Una separazione” il leitmotiv era la verità (ci sono verità più vere di altre?), ne “Il cliente” il filo conduttore è la vendetta, legata all’onore e alla propria concezione del mondo e della vita. Due film straordinari che hanno permesso a Farhadi di appropriarsi di ben due Oscar -una cosa mai accaduta in precedenza a un regista iraniano- rendendolo in pochi anni uno dei cineasti più interessanti e seguiti del globo. Che lo si apprezzi ciecamente o lo si trovi troppo elaborato, conservatore e/o pessimista, non si può non riconoscergli il merito di aver portato l’Iran e il suo meritevole cinema nelle sale e nelle piazze di tutto il mondo. C’è bisogno di un cinema etico come quello persiano; un cinema che alimenti i neuroni e che distrugga i muri che sempre più si innalzano tra Occidente e Oriente, soprattutto in quel Medio Oriente controverso fatto di veli, proibizioni e misteri. E sì: c’è proprio bisogno di Farhadi.

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