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Il cinema italiano, nel suo solito piattume, nel suo solito grigiore, riesce ogni tanto a tirar fuori perle. Anche se non è assolutamente questo il caso, l’ultimo lavoro di Gianni Amelio è comunque da considerarsi tra le pellicole italiane più intriganti di questo 2017. Un’annata sfocata che non spicca, soprattutto se la si paragona al ben più variegato 2016.

Lorenzo, ex avvocato vedovo e preciso amante delle parole, vive con l’ostinazione di non voler più tessere rapporti con gli altri, figli inclusi. L’arrivo di una famiglia borghese, padre, madre e due bambini, nell’appartamento accanto al suo, colorerà lo scorrere dei suoi giorni anonimi, facendogli finalmente provare quell’attaccamento per qualcuno, di cui, fino a quell’istante, non aveva mai sentito il bisogno. Un episodio inaspettato, però, sconvolgerà l’equilibrio precario tra l’uomo, la sua famiglia d’origine e quella che egli decide di fare sua.

Dopo i titoli di coda de “La tenerezza”, si lascia la sala con un misto di commozione e fastidio. Commozione per via della regia limpida, per questa Napoli multietnica, viva e strana, e per i personaggi della vicenda, dal testardo e all’apparenza indecifrabile Lorenzo a sua figlia, la tormentata Giovanna Mezzogiorno e l’ingenua vicina di casa (Micaela Ramazzotti), ai quali ti affezioni perchè ti lasciano quel retrogusto amaro di una riflessione sulla vita e dello scorrere del tempo. Si lascia la sala con tante domande: cosa avrà provato Lorenzo, padre che ha ormai perso il suo ruolo, a perdere una figlia e a ritrovarne un’altra? Ci si lega davvero a chiunque quando si è soli o è solo una diceria? Tutti questi perchè, però, vengono insabbiati da una terribile sensazione di fastidio che scaturisce da alcune scelte evitabili e artificiose, come quei personaggi fintissimi, in primis il nipotino troppo ponderato per la sua età, la suocera apatica di Micaela Ramazzotti e quelle inguardabili udienze in tribunale (forse anche un poco razziste, aggiungerei) che potevano essere rifinite, rese al meglio o -perchè no?- anche eliminate.

Fastidioso è anche il ritmo. La scena clou del film giunge di getto, rendendo asimmetrica la distanza tra la prima parte introduttiva e la seconda, più allungata e dispersiva. E i dialoghi da aforisma, da stentato capolavoro della letteratura, che storpiano il taglio realistico del film? Tante cose potevano esser lavorate con più audacia e creatività, eppure non me la sento di dire che “La tenerezza” è un brutto film. Tutt’altro. Renato Carpentieri, attore bravissimo, tiene alto il giudizio del film e lo rende più credibile di quello che sarebbe sembrato se non ci fosse stato lui a capitanare le vicende. Tutti gli altri potevano fare di meglio. A partire dallo stesso regista.


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