Blind Intersections (2012)

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Nella Beirut di oggi, un tragico incidente intreccia le strade di tre persone, dalle esistenze più disparate: Nour, giovane studentessa universitaria, l’adolescente Marwan e India, maestra di una scuola elementare.

No one knows what the future holds… Your life could collapse in seconds.

È con questo avvertente slogan che la prima magistrale fatica di Lara Saba è stata presentata al pubblico libanese nel 2012, per poi approdare, successivamente, nei festival cinematografici di mezzo pianeta.

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La vita possibile (2016)

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Il cinema dei buoni sentimenti, dell’asprezza del quotidiano e della speranza, non muore mai. Talvolta tira fuori ciambelle senza buco ma a volte – ed è il caso di dirlo- riesce a sbalordire con poco. Sulla scia dell’ottima annata 2016, “La vita possibile” di Ivano De Matteo continua a tenere alta l’asticella della qualità che sta recentemente caratterizzando le produzioni nostrane. E lo fa con garba maestria e tanta tanta umile semplicità.

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Like someone in love (2012)

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Il poeta cinese Li Chi Lai ha tristemente notato che una delle cose più deplorevoli del mondo è vedere la giovinezza devastata da un’educazione sbagliata e dei quadri belli degradati dall’ammirazione di gente volgare.

Se non fosse stato enunciato un millennio fa, questo detto sembrerebbe riferirsi proprio all’ultimo film del compianto Abbas Kiarostami, “Like someone in love” (ライク・サムワン・イン・ラブ), girato nel 2012 in Giappone. Questo perchè, da un lato sintetizza il soggetto della pellicola e dall’altro sembra quasi farsi beffa della critica negativa pervenuta.

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Un padre, una figlia (2016)

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Per quanto meritevoli, certe pellicole non approdano mai sui nostri lidi. Non ricevono dunque un adattamento, una diffusione in sala (o in home video) e così neanche il degno successo, che invece meriterebbero. Diretta conseguenza dell’egemonia americana, che ha ormai inglobato ogni settore, e del sistema commercialissimo -tutt’altro che culturale- che fa oggi da base al mondo del cinema.

Bacalaureat di Cristian Mungiu è riuscito a sottrarsi alla logica del “se non sono di Hollywood, al cinema non esco” grazie al premio per la miglior regia ottenuto al festival di Cannes nel 2016. Senza quel premio, molto probabilmente pochi di noi sarebbero riusciti a guardarlo. Figuriamoci in sala, con un adattamento italiano di tutto rispetto.

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E ora dove andiamo? (2012)

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C’é una scena in particolare di “E ora dove andiamo” di Nadine Labaki che commuove più di tutte le altre. È la scena in cui Takla, di notte, vede rientrare il motorino di Rukoz, dietro al quale dovrebbe trovarsi anche suo figlio Nasìm. Raggiunto il motorino, si agita nello scorgere suo figlio completamente muto e immobile. Tenta di svegliarlo, lo schiaffeggia, lo bacia, gli urla addosso tutto quel che ha dentro, prova qualsiasi altra mossa ma lo shock della consapevolezza è ormai dipinto sul suo volto: Nasìm, suo figlio, non si sveglierà mai più.

A commuovere non è però il fatto che una madre assista alla morte di un figlio: a far sgorgare le lacrime è la lucidissima decisione di Takla di non raccontare a nessuno della morte di Nasìm, pur di evitare vendette e follie. Il suo gesto di tolleranza, di pace e amore per gli altri è un pugno che colpisce a pieno e fa riflettere. Nel mentre di un dolore fortissimo, la disperazione più grande che una madre può mai provare in vita, Takla non pensa affatto a se: raccoglie le forze, si asciuga le lacrime e si prodiga a far di tutto pur di non veder soffrire le altre madri.

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The Experience (1973)

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Prima di tramutarsi nell’esponente più in vista del cinema iraniano, il compianto Kiarostami (1940-2016) ha posto le sue radici nel mondo del documentarismo pedagogico, realizzando una miriade di cortometraggi educativi rivolti a un pubblico giovanissimo. Potrebbe forse essere questa la causa di tanta dimestichezza nel trattare coi bambini, cosa ben nota agli estimatori del maestro iraniano, tra i quali lo stesso Akira Kurosawa (1910-1998) che di Kiarostami, tra le tante qualità, apprezzava la maestria nel dirigere eccellentemente gli infanti.

Tale dato di fatto è riscontrabile dal primissimo lungometraggio di Kiarostami, datato 1973: Tajrobeh (“La prova”, تجربه) rigorosamente in bianco e nero, noto anche come “The experience”, che però poco evidenzia il contenuto della pellicola.

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The Way He Looks (2014)

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Alla Berlinale, il prestigioso festival del cinema di Berlino, esiste una particolare sezione dedicata ai film LGBT, con giuria indipendente da quella ufficiale. Da trent’anni, le migliori pellicole internazionali che trattano temi queer vengono qui selezionate per poi essere premiate con un Teddy Award, che spesso e volentieri ne avvalora il successo.

Nel 2014 ha furoreggiato il brasiliano Hoje Eu Quero Voltar Sozinho di Daniel Ribeiro (conosciuto nel mondo come The Way He Looks), un tenerissimo ritratto sullo scompenso adolescenziale di tre amici.

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Margherita Buy: typecasting italiano?

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Fino a qualche anno fa, non avrei scommesso nulla sul cinema italiano contemporaneo. Trovavo squallide le solite commediole che, puntualmente, riempiono le nostre sale. Poi, per una certa ragione (che Murakami chiamerebbe senza dubbio “un percorso del caso”)  ho iniziato ad avventurarmi nei meandri di quel cinema italiano che tanto avevo snobbato, ed è stato amore a prima vista. Ma solo con lei, con Margherita Buy.

Margherita Buy (Roma, 1962) si è imposta sulle scene già negli anni 80, facendosi apprezzare sin da subito in tutto il nostro Bel Paese. Per la sua naturalezza, per il suo fascino cristallino o forse per il suo celebre temperamento ansiogeno. Per qualche motivo,  Margherita Buy continua a essere onnipresente nelle sale italiane, recitando ogni anno in una grandissima mole di pellicole di varia qualità. Personalmente, di lei amo quel pregiatissimo tocco di sobrietà che la contraddistingue rispetto alle sue altre colleghe, una qualità che non ha mai perso in trent’anni di carriera.

Malgrado il successo assodato, però, la Buy è spesso criticata per il typecasting a cui è rimasta ancorata. Si dice che faccia sempre gli stessi film, le stesse parti, che non reciti ma che porti sullo schermo se stessa. Che sia vero o no, ecco un elenco di pellicole che mostrano quanto la Buy meriti -a mio parere- il titolo di nuova regina del grande schermo:

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Abbas Kiarostami: fine di una leggenda

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Giunge improvvisa la scioccante notizia della morte di Kiarostami (1940-2016), tra i più noti e acclamati registi iraniani di sempre.

Di Kiarostami amavo innanzitutto la creatività, il suo sapersi rinnovare ogni volta pur restando fedele al suo modo di fare cinema, la poliedricità, il suo saper districarsi tra generi cinematografici diversissimi, con maestria e coraggio, i silenzi, la poesia, il pudore, la passione per il Giappone e -non ultima- la denuncia che traspariva soffusa ed elegante dalle sue pellicole. Attendevo con fervore e curiosità il suo nuovo film, che sarebbe stato ambientato in Cina, ma il fato non è stato clemente. D’ora in avanti, non potrò mai più aspettare il suo ennesimo film. Kiarostami lascia al mondo un’eredità preziosissima e dunque, allo stesso tempo, un vuoto incolmabile.

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Fuori dal Mondo (1999)

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Chi dice che le suore non provano gli stessi sentimenti di tutte le altre donne del mondo? Chi dice che le suore vivono davvero fuori dal mondo?

Questa pellicola del 1999 di Giuseppe Piccioni ruota proprio attorno a quest’interrogativo tutt’altro che scontato e, con un espediente narrativo abbastanza usuale, riesce a far riflettere in modo intelligente su un tema ancora oggi incompreso.

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