E ora dove andiamo? (2012)

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C’é una scena in particolare di “E ora dove andiamo” di Nadine Labaki che commuove più di tutte le altre. È la scena in cui Takla, di notte, vede rientrare il motorino di Rukoz, dietro al quale dovrebbe trovarsi anche suo figlio Nasìm. Raggiunto il motorino, si agita nello scorgere suo figlio completamente muto e immobile. Tenta di svegliarlo, lo schiaffeggia, lo bacia, gli urla addosso tutto quel che ha dentro, prova qualsiasi altra mossa ma lo shock della consapevolezza è ormai dipinto sul suo volto: Nasìm, suo figlio, non si sveglierà mai più.

A commuovere non è però il fatto che una madre assista alla morte di un figlio: a far sgorgare le lacrime è la lucidissima decisione di Takla di non raccontare a nessuno della morte di Nasìm, pur di evitare vendette e follie. Il suo gesto di tolleranza, di pace e amore per gli altri è un pugno che colpisce a pieno e fa riflettere. Nel mentre di un dolore fortissimo, la disperazione più grande che una madre può mai provare in vita, Takla non pensa affatto a se: raccoglie le forze, si asciuga le lacrime e si prodiga a far di tutto pur di non veder soffrire le altre madri.

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The Experience (1973)

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Prima di tramutarsi nell’esponente più in vista del cinema iraniano, il compianto Kiarostami (1940-2016) ha posto le sue radici nel mondo del documentarismo pedagogico, realizzando una miriade di cortometraggi educativi rivolti a un pubblico giovanissimo. Potrebbe forse essere questa la causa di tanta dimestichezza nel trattare coi bambini, cosa ben nota agli estimatori del maestro iraniano, tra i quali lo stesso Akira Kurosawa (1910-1998) che di Kiarostami, tra le tante qualità, apprezzava la maestria nel dirigere eccellentemente gli infanti.

Tale dato di fatto è riscontrabile dal primissimo lungometraggio di Kiarostami, datato 1973: Tajrobeh (“La prova”, تجربه) rigorosamente in bianco e nero, noto anche come “The experience”, che però poco evidenzia il contenuto della pellicola.

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The Way He Looks (2014)

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Alla Berlinale, il prestigioso festival del cinema di Berlino, esiste una particolare sezione dedicata ai film LGBT, con giuria indipendente da quella ufficiale. Da trent’anni, le migliori pellicole internazionali che trattano temi queer vengono qui selezionate per poi essere premiate con un Teddy Award, che spesso e volentieri ne avvalora il successo.

Nel 2014 ha furoreggiato il brasiliano Hoje Eu Quero Voltar Sozinho di Daniel Ribeiro (conosciuto nel mondo come The Way He Looks), un tenerissimo ritratto sullo scompenso adolescenziale di tre amici.

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Margherita Buy: typecasting italiano?

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Fino a qualche anno fa, non avrei scommesso nulla sul cinema italiano contemporaneo. Trovavo squallide le solite commediole che, puntualmente, riempiono le nostre sale. Poi, per una certa ragione (che Murakami chiamerebbe senza dubbio “un percorso del caso”)  ho iniziato ad avventurarmi nei meandri di quel cinema italiano che tanto avevo snobbato, ed è stato amore a prima vista. Ma solo con lei, con Margherita Buy.

Margherita Buy (Roma, 1962) si è imposta sulle scene già negli anni 80, facendosi apprezzare sin da subito in tutto il nostro Bel Paese. Per la sua naturalezza, per il suo fascino cristallino o forse per il suo celebre temperamento ansiogeno. Per qualche motivo,  Margherita Buy continua a essere onnipresente nelle sale italiane, recitando ogni anno in una grandissima mole di pellicole di varia qualità. Personalmente, di lei amo quel pregiatissimo tocco di sobrietà che la contraddistingue rispetto alle sue altre colleghe, una qualità che non ha mai perso in trent’anni di carriera.

Malgrado il successo assodato, però, la Buy è spesso criticata per il typecasting a cui è rimasta ancorata. Si dice che faccia sempre gli stessi film, le stesse parti, che non reciti ma che porti sullo schermo se stessa. Che sia vero o no, ecco un elenco di pellicole che mostrano quanto la Buy meriti -a mio parere- il titolo di nuova regina del grande schermo:

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Abbas Kiarostami: fine di una leggenda

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Giunge improvvisa la scioccante notizia della morte di Kiarostami (1940-2016), tra i più noti e acclamati registi iraniani di sempre.

Di Kiarostami amavo innanzitutto la creatività, il suo sapersi rinnovare ogni volta pur restando fedele al suo modo di fare cinema, la poliedricità, il suo saper districarsi tra generi cinematografici diversissimi, con maestria e coraggio, i silenzi, la poesia, il pudore, la passione per il Giappone e -non ultima- la denuncia che traspariva soffusa ed elegante dalle sue pellicole. Attendevo con fervore e curiosità il suo nuovo film, che sarebbe stato ambientato in Cina, ma il fato non è stato clemente. D’ora in avanti, non potrò mai più aspettare il suo ennesimo film. Kiarostami lascia al mondo un’eredità preziosissima e dunque, allo stesso tempo, un vuoto incolmabile.

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Fuori dal Mondo (1999)

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Chi dice che le suore non provano gli stessi sentimenti di tutte le altre donne del mondo? Chi dice che le suore vivono davvero fuori dal mondo?

Questa pellicola del 1999 di Giuseppe Piccioni ruota proprio attorno a quest’interrogativo tutt’altro che scontato e, con un espediente narrativo abbastanza usuale, riesce a far riflettere in modo intelligente su un tema ancora oggi incompreso.

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The Incite Mill (2010)

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10 ragazzi -6 uomini e 4 donne- accettano la proposta di un lavoro part-time decisamente insolito: Esser controllati 24 ore su 24 da alcune telecamere per un’ intera settimana, in uno spazio completamente isolato dal resto del mondo. A spingerli è la “modica” cifra di 112mila Yen all’ora che, moltiplicati per le ore dell’intera settimana che passeranno insieme lì dentro, raggiungono in totale 18 milioni di yen, ovvero più di 150 mila € nostrani. Una cifra nient’affatto ignorabile per un “lavoro” all’apparenza così semplice.

Arrivati nel luogo dove passeranno un’intera settimana in compagnia di perfetti sconosciuti, vengono accolti da un robot che vaga sul soffitto e da 10 raccapriccianti statuette dall’aspetto d’Indiani d’America, che introdurranno ai presenti le regole del “gioco”. Regole che, a causa della loro schiettezza, mettono da subito in guardia i partecipanti da un eventuale mistero che puzza altamente di pericolo.

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About Elly (2009)

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Il mare come teatro di angosce e desolanti riflessioni personali ha sempre avuto un che di mistico. E lo stesso si può dire delle storie di sparizioni. Qui in About Elly (2009), il binomio è ripreso in modo superbo dal sapiente Asghar Farhadi e dal suo cast azzeccatissimo.

L’impostazione del film è piuttosto ricorrente: si parte da una situazione tranquilla, una combriccola di amici con prole che festeggia al mare il ritorno dalla Germania di un amico, per poi sfociare in un dramma che sconvolge tutti gli equilibri.

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La Pazza Gioia (2016)

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“- Ma siete matte? – Secondo alcune perizie, sembrerebbe proprio di sì!”

L’ultima fatica di Paolo Virzì è un estenuante viaggio nella psiche di due donne, accomunate dal desiderio di sfuggire alla greve infelicità che le ha intrappolate.

Beatrice, loquace aristocratica in cura presso una comunità di recupero psichiatrico, riesce a trovare complicità in Donatella, una giovanissima ragazza madre affetta da una forte depressione. Le due donne, dal carattere diametralmente opposto, si daranno insieme alla “pazza gioia” pur di dimenticare temporaneamente la cruda realtà a cui sono state condannate. Una duplice condanna che arriva tanto dalla società quanto dalla loro fragile mente.

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We Loved Each Other So Much (2003)

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Per mezzo secolo il Libano è stato la Svizzera d’Oriente e la sua capitale, Beirut, la Parigi araba. Poi é arrivata la guerra e ha rovinato tutto, trasformando il Libano in un caotico paese frammentato e ferito nel peggiore dei modi. La sola cosa che però la guerra non è riuscita a contaminare é la figura di una cantante taciturna. Con la sua splendida voce cristallina, Fairuz ha unito un popolo martoriato, che in lei ha ritrovato la speranza di rialzarsi ogni mattina e ricostruire la propria esistenza.

Nel 2003, affascinato dalla storia di questa diva, il regista olandese Jack Janssen decide di narrare la leggenda di Fairuz, ripercorrendo un Libano ancora visibilmente leso dagli eventi che si sono susseguiti.

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